Paolo non inventò, ma divulgò il Cristianesimo

Valerio Marchi, membro della nostra comunità, ha scritto un libro che, prendendo spunto da un lavoro del popolare scrittore e presentatore televisivo Corrado Augias, riflette su alcuni aspetti fondamentali della figura e dell’opera dell’apostolo Paolo.

«Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me»: scrisse così ai cristiani della Galazia (Lettera ai Galati 2:20), una ventina di anni dopo la celebre conversione sulla via di Damasco, nel pieno della sua titanica opera di evangelizzazione, Saulo di Tarso, ovvero l’apostolo Paolo.

Da zelantissimo paladino dell’ortodossia ebraica, inizialmente perseguitò i discepoli di Gesù che, testimoniando della Resurrezione del Nazareno, indicavano in lui il Messia. Ma, proprio mentre si recava a Damasco con il mandato delle autorità giudaiche di Gerusalemme per arrestare i cristiani, secondo lui pericolosi divulgatori di falsità religiose, incontrò il Risorto che si presentò in forma di luce accecante e lo costrinse alla cecità per tre giorni: indotto, così, a guardarsi dentro, e recuperata la vista, sia fisica sia interiore, iniziò a fare di quella fede che aveva tanto avversato lo scopo stesso della sua vita.

È questa, in sintesi, la versione offerta dagli Atti degli Apostoli, il libro del Nuovo Testamento in cui l’evento che ha fatto di Saulo/Paolo l’Apostolo delle genti viene presentato come uno snodo cruciale nell’espansione del cristianesimo in epoca apostolica: perciò, chi ritiene degno di fede il Nuovo Testamento vede in Paolo l’esempio più efficace, e senz’altro provvidenziale, di come il Vangelo possa trasformare le persone, indirizzandole alla salvezza.

Nondimeno, vi sono anche coloro che considerano Paolo un impostore, oppure un “caso clinico” con un carattere poco gradevole. Infatti, pur riconoscendogli una certa genialità e una tempra psicofisica invidiabile, i critici di Paolo di ieri e di oggi hanno scritto e scrivono pagine dure nei suoi confronti: senza andare a tempi lontanissimi, ci basti ricordare, nell’Ottocento, il giudizio di Nietzsche, che fra le altre cose dipinse l’uomo di Tarso come un “funesto cervellaccio” portatore non della “buona novella” del Vangelo, bensì di una “cattiva novella”.

Anche Corrado Augias, pur senza lasciarsi andare a epiteti in stile nietzschiano, ma dimostrando comunque di considerare il filosofo tedesco un suo punto di riferimento, non è tenero nei confronti di Paolo. Infatti, nel suo libro dal titolo Paolo. L’uomo che inventò il cristianesimo (Rai Libri, 2023) lo ha descritto come un soggetto collerico, nevrotico, orgoglioso, aspro, in preda a passioni carnali e capace solo di rado di cedere ai sentimenti più puri. Peraltro, non sono pochi gli scrittori che in pubblicazioni anche recenti lo definiscono esclusivista, megalomane, invasato, arrivista, delirante, manipolatore, e avanti di questo passo.

Rinfocolando idee non nuove, Augias ritiene credibile il fatto che Paolo, vittima di una patologia neurologica, si sarebbe convinto di essere in contatto con il Signore e si sarebbe “impadronito” della figura di Gesù per “inventare” il cristianesimo e propagandare un “nuovo Dio”. Inoltre, assieme ad altri sostanzialmente sulla sua stessa linea, sostiene che Maria Maddalena – la prima a incontrare Gesù risorto – avrebbe avuto visioni “isteriche” o “allucinatorie”, da cui sarebbe nata l’illusoria credenza della Resurrezione, poi divenuta il cardine della predicazione paolina. Egli ipotizza addirittura, fra le altre cose – sempre sulla scia di autori del passato, in primis Ernest Renan – un’inverosimile tresca amorosa fra Paolo e la discepola Lidia.

Si tratta, in sostanza, di congetture di vecchia data, riadattate con indubbie capacità narrative, che mescolano i dati biblici con vere e proprie “fantasie”.

Per contro, il principio che attraversa il libro di Marchi, Paolo. L’uomo che non inventò il cristianesimo” (chi fosse interessato a riceverlo ci può contattare via email) è di rimanere fedele alla narrazione dei libri del Nuovo Testamento per sostenere, argomentando ogni affermazione, che Paolo era un tipo d’uomo molto sensibile, altruista, equilibrato, amorevole e, in sintesi, assai diverso da come altri lo dipingono.

Pertanto il fondamentale ruolo da lui ricoperto nell’approfondimento e nella divulgazione del Vangelo non fu il frutto di una sua invenzione arbitraria, ma è stato piuttosto lo sviluppo fedele e coerente dell’annuncio e dell’opera di Gesù Cristo.

Ritroviamo espresso questo concetto anche dalle parole di un altro apostolo, Pietro, che, come gli altri, si era preparato a dare la vita per diffondere il messaggio di Colui che ha fondato il cristianesimo: Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. (2ª lettera di Pietro, 1:16).

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