La nostra vita e il “Padre nostro”

Di recente, in Friuli, si sono verificati casi di opposizione di dirigenti scolastici e insegnanti alla recita del “Padre nostro” (Vangelo di Matteo 6:9-13; Vangelo di Luca 11:2-4) da parte di sacerdoti che intendevano “benedire” le scuole. Ciò, inevitabilmente, ha suscitato discussioni circa l’opportunità di declamare una preghiera cristiana in ambiti educativi composti da una percentuale – peraltro sempre più numerosa – di persone che provengono da culture e appartengono a religioni diverse da quella nostrana.

Da parte nostra, ci soffermiamo su aspetti meno considerati e sui quali, volendo essere buoni credenti, ci sentiamo molto più concentrati. Al di là delle diatribe sopra citate, dunque, ci chiediamo: quale effettivo valore hanno quelle parole troppo spesso ripetute a memoria, senza un adeguato impegno? Già, perché se il “Padre nostro” si riduce – e non si può negare che ciò spesso accada – ad una sorta di litania che non incide sulle nostre vite, a cosa serve? Proponiamo, allora, qualche spunto.

«Padre nostro»: ma riteniamo veramente Dio nostro Padre? Ascoltiamo la sua Parola? Ci rivolgiamo a lui in preghiera ogni giorno? Lo amiamo? Confidiamo in lui? Rispettiamo la sua volontà («sia fatta la tua volontà») anche quando è ostica da accettare? E ancora: «nostro» significa non solo mio, bensì di tutti coloro che desiderano essere suoi figli, e dunque fra di loro fratelli e sorelle… ma viviamo la comunione fraterna? Abbiamo il senso della famiglia di Dio?

Poi diciamo «nei cieli», perché Dio è in una posizione immensamente superiore alla nostra: lui creatore, noi creature. Ne riconosciamo la potenza? Crediamo di essere noi a doverci adeguare a lui e non viceversa? E se Dio è «nei cieli», noi viviamo nella prospettiva della vita celeste, ultraterrena, dando le giuste proporzioni alle realtà di quaggiù, oppure siamo persi nelle cose quotidiane e materiali, come se fossero l’Assoluto? E poi, «venga il tuo Regno»: ci consideriamo prima di tutto (prima di essere italiani, tedeschi, sloveni, albanesi…) cittadini di un Regno che – come disse Gesù – «non è di questo mondo» (Vangelo di Giovanni 18:36)?

«Sia santificato il tuo nome»: santificare significa celebrare, onorare, mentre il «nome» nella Bibbia sta per l’identità, l’essenza della persona che lo porta. Santificare il nome di Dio implica venerarlo, non nominarlo mai invano, mai a sproposito, e non sognarsi neppure di bestemmiarlo: «Siate santi come io sono santo, dice il Signore», troviamo scritto sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (Levitico 11:44; 1ª Lettera di Pietro 1:16).

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano» esprime la coscienza della nostra dipendenza da Dio giorno per giorno senza inutili ansietà, accontentandoci dell’essenziale, e darci da fare per guadagnare il pane anche per condividerlo con chi ha meno di noi, senza mai dimenticare il “pane quotidiano” più importante: «Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola di Dio», disse Gesù resistendo a una tentazione nel deserto (Matteo 4:4).

«Rimetti a noi i nostri debiti» presuppone essere consapevoli e pentiti dei nostri peccati (visti dal Vangelo come “debiti” verso Dio, debiti che lui solo può ripianare), chiedendo quotidianamente perdono e sapendo di poterlo ottenere solo se saremo disposti a nostra volta a «perdonare i nostri debitori», anche quando ci costa molto caro: il rapporto con Dio, ancora una volta, passa attraverso il rapporto con il nostro prossimo.

Sono tutte cose non facili, certo, e si è sempre tentati di andare in direzioni contrarie. Per questo occorre chiedere l’aiuto di Dio, affinché ci liberi dalla schiavitù del Male (uso termini “pesanti”, ma sono quelli del Vangelo): «Se osservate la mia parola sarete veramente miei discepoli e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi», diceva Gesù (Giovanni 8:32), chiedendo altresì di non fare come quelli che «credono di venire ascoltati a forza di parole», con «inutili ripetizioni» meccanicamente pronunciate (Matteo 6:7). Le stesse parole formalmente corrette, infatti, se poi manca l’impegno coerente e quotidiano, rendono l’«Amen» (che significa «sia così, sono d’accordo») un atto di superficialità, se non peggio. Sono queste cose, crediamo, che devono seriamente preoccupare chi si rifà alle parole-modello insegnateci del Signore.

Valerio Marchi

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